Le aziende friulane nella partita del nucleare

Sep 2, 2022

Il maggiore impianto siderurgico in attività di Metinvest è in funzione nell’area di Zaporizhzhia

Di Alberto Cavicchiolo

 

Dopo Chernobyl, il maggior rischio nucleare nell’Est Europa è rappresentato dalla vulnerabilità della grande centrale di Zaporizhzhia, attualmente sotto controllo dell’amministrazione russa che la ritiene un obiettivo prioritario dell’invasione dell’Ucraina.

Grazie a un’azienda friulana, il sito nucleare più sensibile dell’Ucraina, Chernobyl, oggi è in sicurezza. Infatti, nel 2016, dopo averlo costruito con criteri antisismici e antiurto, Cimolai completò il sistema di contenimento delle radiazioni. Il cosiddetto “sarcofago” (nella foto), opera dell’azienda di Pordenone, copre il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl. Si tratta di una struttura unica al mondo, realizzata da un’azienda unica al mondo. Formata da sedici archi di acciaio, con un’enorme volta metallica alta 109 metri, larga 256 metri e lunga 150 metri e dal peso di circa 25 mila tonnellate, l’intera struttura, una volta completata, è stata fatta scorrere per circa 300 m sopra il vecchio reattore mediante l’utilizzo di apposite slitte.

Qual’era il retroscena di questo salvataggio? Esattamente trent’anni prima, il 26 aprile 1986, nel reattore numero 4 di Chernobyl, durante una prova che doveva essere per la prevenzione della sicurezza, furono violate, da parte russa, le regole basiche della sicurezza stessa. Un improvviso aumento della potenza e della temperatura del nocciolo del reattore provocò la scissione dell’acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni di raffreddamento, fino alla nota fortissima esplosione. Le nubi radioattive arrivarono in Europa orientale, comprese Finlandia e Scandinavia raggiungendo poi anche l’Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Austria e i Balcani. In Ucraina 336.000 persone dovettero essere evacuate. La potenza senza controllo generata è stimata equivalente a dieci volte a quella espressa a Fukushima.

Le tecnologie nucleari, controllate dagli scienziati russi per la conglomerata di stato Rosatom, sono un patrimonio che la Russia volle incrementare nel dopoguerra attraverso Institut yadernykh issledovaniy RAN (Istituto per la ricerca nucleare RAS guidato da) i cui fondatori erano anzitutto il georgiano Albert Nikiforovich Tavkhelidze, il precursore del settore (1970–1986) e poi Viktor Anatolyevich Matveev, accademico, capo del presidio di in Troitsk (1987–2014), fino a Leonid Vladimirovich Kravchuk. In questo piano è cruciale la figura di Bruno Pontecorco, scienziato nucleare italiano della scuola di Fermi, che a 37 anni si trasferisce a Mosca e lavora con V.P. Dzhelepov nel laboratorio di Dubna, in Russia (attualmente è JINR, Joint Institute for Nuclear Research, un organizzazione intergovernativa che raccoglie le competenze dell’ex Unione sovietica in materia).

L’installazione, nel dopoguerra, di 12 centrali nucleari in Russia per una capacità complessiva di 30 GW, è da calcolare nel piano globale che includeva anche le attuali centrali in Ucraina nell’egida di Energoatom, da Chernobyl, in disuso, alla moderna Zaporizhzhia, che globalmente raggiungono i 13 GW di capacità.

Oggi l’Ucraina è la settima potenza mondiale per l’Energia nucleare al mondo, ma l’attualità non sta parlando più di Chernobyl, ma di Zaporizhzhia, la più grande centrale nucleare europea, con una capacità di 6 GW che fornisce metà della produzione nucleare dell’Ucraina.

La pericolosa strategia russa di raggiungere e colpire militarmente la centrale ha due scopi: condizionare il rifornimento energetico che servirà per la ricostruzione dell’Ucraina, e sottrarre l’energia, collegandola alla rete russa di Rosatom e staccandola dalla rete di Energoatom, cosa che è avvenuta nell’agosto 2022. Le manovre militari sono però rischiosissime perché un’interruzione di corrente può compromettere, sostengono gli esperti, il raffreddamento del nucleo del reattore con conseguente fusione del nucleo,. Secondo il metereologo tedesco Wolfgang Raskob, se andasse in fusione il nucleo di Zaporizhzhia provocherebbe un disastro non simile a quello di Chernobyl, ma paragonabile a quello di Fukushima.

Il Friuli Venezia Giulia è anche la sede degli impianti siderurgici e dei più grandi rolling mill per heavy plate italiani. Da uno di questi, nel 2016 sono venuti i laminati che la Cimolai ha lavorato per costituire il grande “sarcofago” di Chernobyl. Tutto è avvenuto a San Giorgio di Nogaro, dove ha sede la grande fabbrica Cimolai e dove ha sede anche il maggiore laminatoio dell’azienda ucraina Metinvest in Italia.

Metinvest Trametal, fino a febbraio, veniva rifornita direttamente dalla sede di Mariupol nel Mar Nero e dove, nonostante l’interruzione delle forniture, sta proseguendo la produzione di lamiere da treno, per rifornire Fincantieri e altri grandi clienti europei.

Il maggiore impianto siderurgico in attività di Metinvest è oggi appunto Zaporizhstal, ubicato nella Oblast di Zaporizhzhia, che lavora fino a 12 milioni di tonnellate di acciaio. In questo equilibrio assolutamente instabile, il rischio prossimo è che il takeover russo sull’impianto nucleare possa diminuire o frenare la produzione industriale di Metinvest.

Il fatto che l’area di Zaporizhzhia sia sotto diretto controllo russo, che vuole essere aggiornato in tempo reale, è indicativo del suo valore strategico e probabilmente insostituibile per gli equilibri della guerra e del futuro del Donbass.

Le notizie delle ultime ore confermano che il presidente russo Vladimir Putin permetterà la settimana prossima agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA, controllata dall’ONU) guidati da Rafael Mariano Grossi, di compiere un’ispezione alla Centrale. Uno dei 13 esperti IAEA sarà italiano.

 

 

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